
CAPITOLO 22
È come la sabbia che sale dentro il mio corpo. È una siccità mai percepita questa luna nera dove sono sprofondata. Demetra. Ti prego. Vieni ancora una volta a salvare tua figlia.
Arrivo in spiaggia e mi sdraio al sole. La spiaggia con i suoi grossi ciottoli mi costringe a vari cambi di posizione prima di trovare quella giusta. Mi metto seduta. Le macchie viola davanti agli occhi sfumano la figura di qualcuno che è seduto vicino a me. È un ragazzo che ha in mano un libro tutto consumato. Nota che lo guardo e mi saluta.
IO:- Cosa leggi ? –
Mi fa vedere la copertina. Sopra c'è scritto "Via col vento". Sono sorpresa, pensavo esitesse solo il film.
Si avvicina. Ha la pelle chiara. Non dovrebbe essere senegalese.
IO:- Non sei senegalese? Hai la pelle chiara -.
Con un sorriso dolce.
LUI:- No. Sono del Mali –.
Sono contenta. Le persone del Mali che conosco sono tutte gentili e mi prende una grande voglia di comunicare.
IO: - Io ho un amico del Mali che mi legge le corinne -
LUI: - Io so leggere la mano, mi ha insegnato mia nonna, è una tradizione di famiglia -.
Si avvicina. Mi prende la mano, la osserva e rimane per un po' silenzioso.
LUI: - Per tutta la tua vita sarai ossessionata dalla morte -.
Continua a fissare la mia mano poi il suo corpo comincia a tremare.
LUI: - Non andare a casa, tu ami un uomo, ma lui vuole ucciderti -.
Continua a tremare come in preda a delle convulsioni. Mi guardo intorno. Ho dato confidenza a un pazzo e in spiaggia non c’è nessuno. Lo prego di calmarsi e lui smette di tremare
LUI: - Io ti amo -.
Cerco di liberare la mano, ma lui la trattiene continuando a delirare che mi ama.
IO: - Senti, sono quasi due anni che vivo qui e continuamente devo fare i conti con africani che dicono di amarmi perché sono bianca e per voi il bianco significa soldi e libertà e dal vostro punto di vista avete ragione -.
Mi sento una cretina che fa un discorso di merda.
Si alza. È di fronte a me e mi guarda con occhi allucinati. Cerco di stare calma. Per fortuna è magro e non tanto alto.
IO: - Non voglio essere scortese, ma lasciami in pace –.
Correndo arrivo fino in strada ma lui mi segue. Mi fermo. È a pochi metri da me.
IO: -Se continui a seguirmi chiamo la polizia -.
Attraverso la strada di corsa e mi riparo sconvolta da Sofy che è in pieno lavoro. Mi sento braccata. Torno in strada. Aspetto. Non lo vedo e proseguo per casa.
Davanti al cancello, Sugaar con due valige in mano, LUI:-Da oggi vengo a vivere qui.-
Mi sembra di vivere dentro un film virato seppia. Il sole cocente rende irrespirabile la mia casa. L’alternativa è il parco e il mare e quando Sugaar mi dice - oggi voglio stare in famiglia - istintivamente mi ribello.
Va. Viene. E decide.
LUI:- Ci dividiamo i lavori di casa -.
Mentre si organizza per lavare la montagna di piatti, mi avvicino e lo fermo.
IO:- Non voglio che chi mi viene a trovare faccia qualcosa, così quando sono io che vado a casa di qualcuno, posso godere della mia pigrizia…Sugaar!. Quanto mi piace farmi servire. –
L’espressione del mio viso che accompagna l’ultima frase lo fa ridere. Forse perché è l’unica verità.
Cerco di trovare un metodo per districarmi tra tutta la sporcizia possibile concentrata sul lavandino. Sugaar intanto si è seduto.
IO:- Sai, c’è la panoramica, tutta la ripresa dell’albero che tu hai fatto in “Il franco” che è uguale a quella che ho fatto io per un documentario artistico –.
Lascio i piatti, mi giro verso di lui che si è seduto.
IO:- Il documentario aveva vari piani di lettura… Come i tuoi film -.
LUI:- Io spero –.
IO: - È su un pittore, vestito da mafioso -.
Sugaar abbassa gli occhi.
IO: - Mi hanno distrutto a destra e a sinistra.-
Torno ai miei piatti. al suono delle posate ammucchiate sul lavandino di marmo. Dall’acqua che scorre. Ai bicchieri di plastica che rotolano sul pavimento. Al colpo secco del coperchio sulla pentola di ghisa.
IO:- Mi piacciono i rumori. La musica composta con suoni di rumori -.
Dall’espressione sul viso di Sugaar mi rendo conto che ho espresso a parole quello che insieme stavamo già ascoltando.
Sogno
Due alberi. Dietro di loro il mare brilla alla luce della luna. La voce di un uomo fuori campo.
L’UOMO: - Guarda!… C’è una coppia laggiù -.
Tra i due alberi le figure di due donne di spalle con lunghe tuniche blu. Ognuna è appoggiata con un fianco al tronco dell’albero vicino. Guardano il mare.
Le due donne si avvicinano e dopo un abbraccio, si uniscono in un lungo bacio.
LA MIA VOCE FUORI CAMPO: - A me sembrano due donne –.
È una serata bellissima e vado alla ricerca di Ibrahima. È seduto sulla solita panchina. Mi avvicino alle sue spalle.
IO:- Andiamo-.
Entriamo nel giardino e camminiamo vicini. Ora è lui che conduce. Mi porta verso due alberi. Mi blocco sono gli stessi del sogno.
IO: - Ho fatto un sogno. -
Ci sediamo sopra una pietra vicina. Di fronte a noi il mare e la sua voce. Rimaniamo per lungo tempo in silenzio ad ascoltare. Lui sempre guardando il mare comincia a recitare dei versi in arabo.
I due suoni si accompagnano e io non resisto. Lo interrompo.
IO:- È bellissimo, cos’è? –
Lui mi prende le mani e le gira con le palme rivolte verso il cielo.
LUI:- È una preghiera di protezione, ripeti con me -
Lo seguo lentamente. Sento dentro di me una dolcezza infinita. Le nostre voci. Il mare e ora anche un vento leggero ci accompagna.
Ibrahima chiude le mie mani nelle sue.
LUI:- Ora sei protetta da Hallah, non ti succederà niente-.
Mi libero dalle sue mani e ribalto la posizione.
IO:- Non mi può succedere niente, perché io ho la Dea dalla mia parte che per me è anche il tuo Dio, solo che io lo vedo come una Dea –
Ibrahima mi chiude la bocca con la mano.
LUI:- Stai zitta! Tu bestemmi.-
È turbato e passo il resto della serata a prenderlo in giro.
Sugaar indossa una camicia-giacca azzurra che mi ricorda lo stile divisa sankarista del Burkina Faso.
LUI:- Devo andare ad un battesimo, vieni con me?-
Guardo i miei jeans strappati.
IO:- Così?-
Non ha obbiezioni. È il periodo delle piogge e l’umidità ha gonfiato il legno della porta di casa che non si chiude. Prendo la mia grande pietra e la metto a terra nel saloncino davanti la porta spalancata.
IO:- Con lei che fa la guardia nessuno oserà entrare -.
Stupita, lo seguo mentre ci posa vicino il suo prezioso zaino
LUI:- Allora, lascio qui anche la mia borsa -.
e prosegue sicuro verso il cancello. Nemmeno un’occhiata di ripensamento.
I montoni ci guardano curiosi e con mia sorpresa pur vedendomi andare via non belano. Anche Sofy in piedi davanti alla porta del suo negozio mi lancia soltanto un’occhiata d’intesa.
Ci avviamo a piedi verso la cornice in direzione dell’università. Lui cammina veloce e io per stare al passo devo correre. Sono così felice di andare con lui che riesco anche a girargli intorno. È nervoso. Pensieroso. Non gradisce i miei abbracci e appena passa un taxi lo blocca al volo.
Ci fermiamo davanti ad una lussuosa villa.
In un angolo del giardino un gruppo di donne stanno preparando il cibo vicino ad una pila di montoni scuoiati. Dalla porta aperta del salone ogni tanto si affaccia una donna elegantissima. Mi rimprovero i miei jeans strappati.
Quando Sugaar entra in casa, io evito di seguirlo. Mi siedo sopra i gradini di una scalinata dalla quale posso seguire sia i movimenti delle donne che lavorano, sia quelli delle donne eleganti dentro il salone.
Poco dopo sono raggiunta da Sugaar che si mette al mio fianco.
LUI:- Gli uomini sono già riuniti, ma ancora devono dargli il nome, siamo arrivati in tempo -.
È soltanto per superare il mio senso di fuori luogo che gli domando se allora siano gli uomini che decidono il nome del bambino.
Mi guarda nervoso.
LUI: - Senti, a casa puoi farmi tutte le domande che vuoi, ed io risponderò a tutte le tue domande, ma ora non voglio essere disturbato -.
Sembra visibilmente arrabbiato e dopo poco si alza e torna dentro.
Faccio un giro intorno alle cuoche occupatissime e poi, con molta tranquillità, mi avvio verso l’uscita.
Sono raggiunta da Sugaar che mi blocca di corsa. Sembra preoccupato.
LUI: - Stavi andando via?-
IO:- No, volevo soltanto fare un giro qui fuori -.
Ci raggiunge un giovane uomo vestito con un elegante bubù. È veramente felice. Penso sia il papà del festeggiato. Abbraccia calorosamente Sugaar ringraziandolo più volte di avere accettato l’invito. Rientrando, IO:- Volevo soltanto vedere qui intorno per un momento, poi vi raggiungo -.
L’uomo sembra accettare la mia curiosità e i due rientrano abbracciati.
Mi sento veramente male conciata così.
Non proseguo verso l’agglomerato di ville ma imbocco dentro un sentiero in mezzo ad un campo di grano coltivato. Il sentiero porta ad una baracca.
Mi sembra di riconoscere la famiglia tipica senegalese. Un uomo piuttosto anziano con due mogli. Una più giovane e tanti bambini di ogni età.
La donna giovane mi dona la sua piccola di qualche mese. La bimba è terrorizzata e il suo visino sta per esplodere. La riconsegno alla mamma e non sono lacrime quelle che bagnano lei e la mamma che la prende.
Torno indietro. Mi siedo sotto l’ombra di una pensilina di palme intrecciate.
Vedere Sugaar che mi raggiunge e poi siede a terra vicino a me con le sue lunghe gambe, mi pare un miraggio.
LUI:- Ho avuto paura che fossi andata via -.
Le sue lunghe gambe non trovano pace. È come se la terra non fosse abbastanza per loro.
IO:- Sono venuta a fare un giro in mezzo a questo campo. Ho conosciuto la famiglia che vive in quella baracca. Ho preso una bimba piccola in braccio che ho fatto giusto in tempo a ridare alla mamma prima che mi facesse la pipì addosso.-
Rimaniamo in silenzio. Davanti a noi. Un campo coltivato con in fondo una baracca di legno ed eternit. Dietro di noi. La lussuosa villa.
IO:- Sugaar mi fanno impressione tutti quei montoni morti ammassati uno sopra l’altro, poi non sopporto le cerimonie, anche a casa mia nessuno ha mai preteso che io partecipassi a qualche cerimonia …Io voglio essere libera.
Apre il braccio verso il campo e la baracca e con un tono ironico della voce.
LUI: - Ecco! Ti presento la libertà -.
Il fracasso di uno stormo di uccelli che passa proprio davanti ai nostri occhi si accoda alle sue parole. Li seguiamo con lo sguardo fino a quando non scompaiono. Dopo, quando i nostri occhi si incontrano, scoppiamo in una risata.
Hanno ragione gli uccelli. È un’altra la libertà che dobbiamo cercare.
Si alza a fatica e mi tende la mano.
LUI:- Vieni con me?-
IO: - Ti raggiungo tra poco -.
Davanti al cancello della villa provo il solito imbarazzo per i miei Jeans strappati. Conosco l’importanza del vestito nella cultura senegalese e questa è una cerimonia.
Non entro e avvio a piedi verso casa. Durante il lungo tragitto assolato che mi riporta indietro vengo affiancata da un furgone. Sono dei ragazzi che fanno parte del complesso che suonerà per la cerimonia. Mi hanno vista alla villa e si offrono di accompagnarmi a casa e poi anche di riportarmi al battesimo.
Non mi abituerò mai alle improvvise opportunità che ti offre l’Africa. Senza sforzo, potrei andare a casa, cambiarmi e fare una sorpresa a Sugaar, ma entrare in un furgone dove ci sono soltanto dei ragazzi istintivamente mi preoccupa.
Rifiuto gentilmente l’offerta.
A casa sono indecisa. Provo anche a cambiarmi. Normalmente, l’incontro con i ragazzi, l’avrei letto come un segno che mi avvisa “di una qualche importanza” per Sugaar di avermi vicino a lui. Normalmente. Sarei corsa. Ma ora mi trattengo.
Seduta aspetto indecisa. Il tempo che passa è interrotto soltanto dallo squillo del telefono.
SUGAAR:- Ti ho cercata dovunque, ho sperato tanto che non te ne fossi andata -.
Rimango in silenzio.
LUI: - Oggi io sono morto!….Io oggi sono veramente morto -.
C’è agitazione nella sua voce…e la sua insistenza sulla morte. Butto a caso le parole
IO: - Si muore sempre Sugaar, ma poi si rinasce, è naturale –.
Non è nemmeno l’ora di cena quando torna e non sono sola. È la prima volta che si incrociano. Chiedo più volte ad Ibrahima di andare via ma lui tergiversa. Infine quando Sugaar gentilmente gli offre di rimanere, l’altro si congeda dicendo che rimarrebbe se io non lo stessi cacciando.
È una situazione imbarazzante e quando rientro in casa dopo avere accompagnato al cancello Ibrahima, SUGAAR- Sono venuto troppo presto stasera?-
Sono inutili i miei no, perché non si convince e se ne va. Rimango sola e dopo poco vado alla ricerca di Ibrahima.
I bambini sono arrivati e io sto preparando il latte quando sento bussare. Fuori, in strada, una massa di uomini mi guardano silenziosi. Uno di loro che indossa un Bubù azzurro fa un passo in avanti e inizia a parlare. Dice che i bambini ai quali io do il latte sono dei maleducati, molestano i lori figli e il quartiere, dopo oggi, ha deciso che questa storia deve finire. Dopo oggi cosa? Mi faccio forza e chiedo spiegazioni. - Uno di loro ha preso in giro una bambina che sta ancora piangendo-. È sempre quello vestito di blu che risponde. Gli altri. Tanti. Rimangono silenziosi e mi guardano ostili. Chiedo scusa e aggiungo che il colpevole verrà cacciato via, assicuro tutti, che non succederà più. Poi mi volto verso i bambini e chiedo loro chi è stato. Alcuni mi indicano il più grande. L’unico seduto sul muretto a testa bassa. Con un gesto autoritario e la voce alterata lo mando via davanti agli uomini che finalmente soddisfatti se ne vanno. Lascio passare qualche minuto poi corro in strada a cercare il bambino e per fortuna lo trovo. È seduto a terra e sta piangendo Mi siedo in silenzio vicino a lui. Piano lo accarezzo. Mi scuso. Gli dico che ho cercato di mandare via tutti quegli uomini arrabbiati. Mi dispiace tanto, la vita per lui è difficile, lo so. Lui continua a piangere. E allora vinco me stessa. Le mie paure. Comincio a baciarlo ripetutamente sulla guancia bagnata e lo convinco. Torniamo a casa. Riprendo quello che avevo iniziato. Mentre mangiano sono tutti silenziosi. Prima che vadano via trattengo ancora quel visetto abbattuto e lo imploro più volte, IO: - Ti prego di ritornare -.
La sensazione di astio lasciata dentro di me da tutti quegli occhi, mi richiama dalla memoria una frase scritta da Pasolini sotto uno dei suoi ultimi acquarelli.
-Il mondo non mi vuole più e non lo sa -.
Dopo tre giorni di assenza. Con le sue valige qui. A casa. Sempre chiuse. Lui che continua ad indossare il suo completo sankarista diventato lercio. Stasera è tornato. Si sdraia subito sul letto.
SUGAAR:- Dormo qui stanotte ma tu devi andare in albergo dove ho lasciato una ragazza e devi avvisarla che stanotte dormo con te, perché lei ha paura a stare da sola -.
IO: - Perché ha paura?. Non è di Dakar?-
Quella di Sugaar è un espressione recitata che ho visto in altre occasioni.
LUI:- Nooo!…È qui tutta sola -.
L’albergo in questione è praticamente il bar vicino alla discoteca che ha delle camere e dove Sugaar pare abbia una camera fissa. Esco alla ricerca di Ibrahima. La ragazza in questione, secondo lui, dovrebbe essere una giornalista dalla penna piccante che lui oggi ha visto nel bar insieme a Sugaar. Tra l’altro si dice che sia anche lesbica. L’unica occupazione di Ibrahima è occuparsi degli affari degli altri, e in questo momento gli affari di Sugaar, gli premono particolarmente.
LUI: - Non è certo una sprovveduta. Ma in che situazione vuole metterti Sugaar? Tu vai in albergo, le dici – cara, Sugaar stanotte dorme con me -. O quella ti prende a capelli oppure cerca di sedurti -.
Passiamo la serata a ridere e quando torno a casa trovo Sugaar esattamente come l’ho lasciato.
Appena mi sdraio lui mi chiede se sono andata in albergo. Con una risata gli batto un pugno scherzoso sulla spalla. Ma lui non scherzava e si gira arrabbiato.
Stamattina è particolarmente nervoso. Cammina avanti e indietro per la stanza e si ferma soltanto per lanciarmi sproloqui.
LUI: Tu sei brutta…. Nessuno ti ama, di questo puoi stare sicura…Tu non sei una donna -.
Non sono una donna. Cosa vuol dire. Sta dando il peggio di sé.
Ha le chiavi di casa. Viene quando vuole. Rimane ore sdraiato a letto e non una parola. Non lo sopporto più.
Prendo il registratore e tutte le cassette musicali che ho in casa. Mi sdraio nella stanza centrale. A ogni cassetta che inserisco tronco la musica. Anniento ogni culmine delle canzoni. Questo posso darti.
Non ho voglia di rinunciare all’ambiguità del linguaggio dei segni che mi tiene sospesa e mi fa sentire importante. Io certo. Perché tu la tua importanza, almeno nell’arte l’hai dimostrata. E questo tuo mutismo. Questo tuo aspettare da me. Cosa? Che mi curi di te. Io odio il quotidiano. Sono una donna che non è più sicura di dare ad un uomo che è abituato a pretendere. Eppure, non sono nemmeno pronta ad affrontare i miei confini, odio la parola limiti, di qualsiasi ampiezza si possano rivelare. È ora di camminare e sono bloccata.
Parole non dette.
Ricostruzione delle gambe.
Massaggio lungamente le gambe con la sabbia all’interno di una piccola moschea.
Si marcia.
Torno.
La casa è disordinata.
I fogli devono respirare.
Ogni oggetto deve trovare da solo il suo posto.
Metto il flauto magico di Mozart.
Mentre mi lavo, mi massaggio le gambe. Sotto le mani dirette dal suono della musica. Loro si muovono. Pedalo. Pedalo.
È immobile, seduto davanti al poster “ W la resistenza”. La luce dorata circonda la sua pelle nera. Dovrei fargli una foto. Ho anche la macchinetta automatica di Alberto. Sarebbe un clic senza dolore. Potrebbe anche non accorgersene. E invece rimango a contemplarlo attraverso i fori dei mattoni decorati del bagno.
Fa molto caldo. Sono agitata che si presenti Ibrahima e allora invento una scusa per uscire. Lo trovo seduto sul muretto esterno di casa sua con vicino un secchio pieno di acqua e ghiaccio. È una abitudine ereditata da sua madre, quella di offrire acqua fresca nei giorni più caldi, che lui continua a perpetuare malgrado una certa opposizione della sua famiglia. Appena mi vede va a prendere una bottiglia di vetro piena di acqua ghiacciata che ha preparato per me.
IO:- Oggi credo, Sugaar voglia stare in famiglia -.
LUI:- Digli che quest’acqua fresca gliela offro io -.
Rimango seduta vicino a lui per qualche minuto. È nervoso. Evita di guardarmi. Io ringrazio per l’acqua ghiacciata e torno a casa.
Sugaar è sempre seduto davanti al poster.
Mi siedo sul pavimento davanti alla porta. Mi sento buffa mentre mi giustifico.
IO: - Pensa sono uscita per comprare una bottiglia d’acqua fresca e ho incontrato un amico che me l’ha offerta -.
Sugaar guarda attentamente la bottiglia
LUI:- Sai ieri sera stavo al chiosco vicino alla spiaggia e ho visto… -
Si interrompe. Forse ha letto l’espressione turbata sul mio viso. Distinguere le persone che sono sedute davanti al chiosco illuminato dalla luce fioca è impossibile, e spesso io e Ibrahima ci sediamo sulla panchina adiacente a scherzare.
Mi spoglio e comincio a massaggiarmi con foga i capelli con il burro di karitè. Il caldo mi fa sudare e il burro squagliato mi gocciola dalla fronte. Mi fermo per il dolore provocato dallo sforzo delle braccia sopra la testa e mi accorgo che Sugaar, coperto soltanto da un asciugamano alla vita, è seduto sul letto dietro di me.
IO:- Senti, tu puoi scopare con chi ti pare, meno che con me -.
Il tono della mia voce. Il gesto volgare delle mie braccia. Sto dando il peggio di me. Lo yoga. La meditazione. L’iniziazione alla Dea per morire e rinascere libera. Lo sforzo di questi ultimi anni per cancellare dentro di me i gesti brutali di mia madre. Tutto cancellato in un attimo. Per la prima volta. Lui vede l’altra me.
Lo leggo nel suo sguardo interrogativo.
Passo il pomeriggio da sola con un mal di testa perenne. Quando vado da Sofy per prendere un sacchetto di caffè mi scontro con la sua faccetta.
LEI: - Ho visto Ibrahima disperato, mi ha detto che c’è l’altro a casa. Ibrahima è un bravo ragazzo ...-
Sugaar è vestito. Seduto dietro il mio tavolo da lavoro. Abbiamo preso un secondo caffè e visto che non accenna ad alzarsi prendo l’idea del mio film.
IO: - Questa è l’idea del mio film, mi piacerebbe che la leggessi -.
Lui si predispone subito per leggerla. Mi sento agitata e allora lo lascio solo.
IL BACIO DELLA DEA
Il film vuole coronare la Grande Dea come Creatrice dell’universo e portatrice di un completo sviluppo emotivo, indispensabile per una personalità sana in grado di affrontare i problemi sociali, economici e politici che sono in ultima analisi problemi umani. La Grande Dea che si rivela in natura attraverso il simbolismo della luna, con il suo ciclo di nascita, crescita e morte, secondo un ordine naturale di cui la donna è depositaria, lega i problemi della nostra vita moderna a quella dei popoli antichi.
I personaggi del film sono sfaccettature precise di un processo psicologico che deve avvenire, l’equivalente moderno delle iniziazioni alla Dea lunare.
Personaggi.
IO - Donna occidentale -.
Rilettura del mito di IO donna-giovenca vittima dell’amore di Zeus.
Era, la regina celeste, l’ha trasformata in bestia per gelosia e l’ha avvolta nel tormento di un tafano incantato che la sprona sanguinante da un lato e l’altro del pianeta. Nel racconto della sua passione passata e futura, sfilano persone, paesi, e s’ammassano generazioni.
Memore, la ritroviamo ora, donna occidentale, In Africa alla ricerca di un corpo in cui identificarsi, perché insofferente al sistema patriarcale, segnato con l’identificazione del maschile al quale lei, non riesce a sottostare.
LUNA - Donna Africana -.
Donna africana, capace di reagire e di sentire una gamma di sensazioni.
Ha la sua musica, ascolta e guarda con tutti i modi che ha per vedere. Detiene i segreti antichi della terra. Indaga sulla numinosità del suo corpo come una serie di segni in armonia con il movimento della luna.
PROMETEO - Uomo occidentale -.
Rivisitazione del mito di Prometeo il titano. Ribellatosi alla legge di Zeus per amore degli uomini e, per questo, incatenato a una rupe solitaria al confine del mondo. Riesce comunque a preservare la sua integrità, invocando con il suo primo grido gli alti primordi del cosmo. L’aria. L’acqua oceanica. Il fuoco solare e quella stessa terra Gea, la madre in cui ormai si confonde.
Lo ritroviamo ora, uomo europeo dei nostri giorni, volutamente isolato in Africa intento a preparare un manifesto assertore di una società egualitaria dove la differenza non è sinonimo di inferiorità e superiorità.
Consapevole che il rispetto della terra è l’unica via per la salvezza dell’umanità.
CASSANDRA - Donna africana-.
Reinterpretazione di Cassandra personaggio dell' Orestea, sacerdotessa di Apollo, veggente non creduta, prigioniera e condannata a morire in un’opera che istituzionalizza l’avvento della società patriarcale.
Ripercorre i momenti che precedono la sua morte, lacerata da orrende visioni dove passato presente e futuro si interconnettono indissolubilmente.
IO sofferente e inquieta è da tanto tempo che cerca razionalmente delle soluzioni al suo dolore, ma i risultati da lei ottenuti la fanno sentire sempre più arida e priva di fecondità. Toccata da segni sotto la guida della GRANDE MADRE parte per l’Africa.
Vagabonda solitaria s’incontra con LUNA. Nel percorso della loro conoscenza, IO le dichiara il suo malessere e LUNA le confida il disaggio e le difficoltà a tramandare i segreti della terra in una terra sempre più arida. È il primo quarto di luna e IO comprende che ci sono leggi precise, antiche, legate al corpo delle donne. Il loro è un tempo sensuale e poetico ed IO comincia a sentire palpitare il suo corpo all’unisono con la natura dove tutto è influenza e armonia e “inciampa" in PROMETEO. Figura inusitata, in uno spazio definito, che con il suo sapere eloquente percorre passato, presente e futuro mettendo in discussione le stesse fondamenta di un sistema vecchio di 5000 anni segnato dalla belligeranza cronica, dal dominio e dalla conquista sulle donne, sugli altri uomini e sulla natura. IO con PROMETEO acquista una coscienza ecologica e dà concretezza scientifica al grido di sofferenza che trapela dal suo corpo, che lei ora percepisce, come richiamo della natura stessa che le comunica la sua agonia causata dalle ferite che l’umanità le infligge.
Incontrandosi, iniziano un gioco di consapevolezza dove ragione e intuito s’incrociano. Impiegando ripetutamente l’elemento del contrasto gioco-serietà, riesaminano gli assunti convenzionali su problemi di fondo quali maschile e femminile, e sul rapporto tra queste due dimensioni, che li porterà a ricomporsi nella fase della luna piena, momento dove femminile e maschile, sono forze omogenee che diventano madri.
Rafforzata dal fatto che percorrendo la strada istintiva anticipa soluzioni reali, IO comprende che la donna ha un ritmo differente dall’uomo e questo ritmo costituisce la sua forza creativa e le si schiudono davanti le subdole ragioni dell’assimilazione culturale voluta dal patriarcato atta a prosciugare la fonte creatrice delle donne
Dopo l’iniziazione con LUNA e l’incontro con PROMETEO, IO decide di completare il ciclo lunare a cui la sua natura appartiene e s’immerge completamente nella mezza luna calante. La sua mente diventa il palcoscenico di strani pensieri, di impulsi e di sentimenti inesplicabili che sembrano andare e venire nel tempo in modo assolutamente autonomo, dove si alternano momenti di delirio visivo che appartengono alla realtà di CASSANDRA, la quale denuncia la violenza che si perpetua sistematicamente a discapito delle donne, a momenti di estrema lucidità dove si apre alla realtà attuale con una visione più chiara che le permette di mostrare la verità delle preveggenze di CASSANDRA. Con l’ossessione di CASSANDRA di denunciare la necessità della sua morte in memoria della grande morte quella del matriarcato, IO diventa consapevole della morte come unica memoria storica a disposizione della natura e quindi della morte di CASSANDRA come espressione simbolica che si svolge nel mistero della nascita e della morte e nel rinnovamento dell’intera vita, non solo umana, ma dell’intera terra e forse anche dell’intero cosmo. Ciò permetterà ad IO di rinascere completamente libera.
Mi è difficile trattenermi oltre e con molta più agitazione torno verso casa.
Il cancello è chiuso con la catena. Il lucchetto esterno dice che è stato chiuso dalla strada e che quindi lui non è in casa.
Quando si tratta di Sugaar, comunque, lo scontato è sempre distante, ed è per questo che anche quando apro la porta di casa, lo faccio lentamente.
La luce sottile che accede dalla porta illumina, come un sipario che si apre, l’anfora di terracotta da dove si erge il bordo del mio scritto con il titolo bene in vista.
“IL BACIO DELLA DEA”
Non poteva trovare posto migliore. Le parole salgono come vapore.
Vaso-donna-corpo-mondo. Vaso da riempire-fecondità che da vita.
Qualcuno bussa al cancello è Ibrahima.
Mi precede rientrando in casa. Deve dirmi una cosa importante.
LUI: -Sugaar è entrato nella camera d’albergo che ha sopra il bar e poco dopo è stato raggiunto da una donna incinta.
Il sudore che gli scende dalla fronte rende lucide le pieghe nervose del suo viso.
IO:- E allora! l’hai vista entrare nella sua camera?-
LUI:- No ma la donna è bianca ed è la stessa che abbiamo visto comprare la frutta all’angolo-.
Colpita.
LUI: - È un’ora che sono dentro, se non ci credi puoi andare a vedere di persona-.
Guardo l’anfora e Ibrahima segue i miei occhi.
IO: - Proprio stamattina che gli ho fatto leggere anche il mio lavoro -.
Alla vista del mio lavoro nel vaso inizia una disquisizione.
Per LUI il messaggio di Sugaar è chiaro. Il tuo lavoro è meno di niente, è spazzatura. IBRAHIMA:- Tu usi l’anfora come cestino o no? -
Non rispondo ma in realtà è così. Continua.
LUI: - Ha preso la tua casa per un sanatorio e appena si sente meglio, ricomincia a farsi gli affari suoi e, in più, se pensi al tuo lavoro cerca di distruggerti -.
Per ME il suo messaggio è quello metaforico del vaso, ma la gelosia mi corrode e quando finalmente rimango sola, tutto dentro di me si è compiuto.
È pomeriggio e seguo come un automa Ibrahima da un veggente senza gambe.
IBRAHIMA: - È comparso dal nulla, Ha preso in affitto una camera a Gheltapè.
Nessuno lo conosce –.
E altre ipotesi fantastiche che il corpo dell’uomo si tesse intorno.
Con sole 100cfa legge le corinne con una precisione che ha sconvolto tutto il quartiere.
IBRAHIMA: - In fondo ti costa solo 100cfa -.
Seguo Ibrahima perché è letale opporsi alla sua insistenza e arrivando, ci accodiamo pazientemente alla lunga fila. Giornata interminabile.
In effetti inquieta. È un uomo giovane. A parte la camicia che indossa, i pantaloni dalle gambe annodate sotto il bacino e le due stampelle posate di lato, la stanza è completamente vuota. Nemmeno uno stoino. Poso di lato le100cfa, e inizia la lettura.
IL VEGGENTE: - Quello che sta dietro le tue spalle impazzirà -.
Per Ibrahima Sugaar è un folle che sta perdendo completamente la ragione e alle parole del veggente, mi lancia un suo sguardo di approvazione.
Per me, se togliamo l’interpretazione metaforica, mi preoccupa lui che si trova seduto dietro le mie spalle.
Forse anche per suo fratello che passa ore della sua giornata fermo come un palo davanti la boutique di Sofy, e dove, l’unico accenno di presenza che esprime con una lentezza esasperante, è quando si porta l’indice e il medio della mano destra davanti alle labbra. Gesto inequivocabile di richiesta di una sigaretta.
Ibrahima, con la sua astrazione che tanto mi diverte, a volte, mentre mi parla improvvisamente si blocca, sono pochi secondi, dopo di che le parole ricominciano a fluire ma con una forma diversa. Sono come delle onde che escono cavalcando dal suo corpo.
La lettura delle conchiglie continua.
II VEGGENTE:- La macchina che un uomo sta guidando è tua-.
Altro sguardo soddisfatto di Ibrahima. il veggente rilancia le conchiglie.
LUI: - Tu vivi con un uomo alto e magro e molto nero, quell’uomo è pericoloso, ti ha fatto una fattura con il fuoco che ti porterà alla morte -.
Sono in completo panico. Lui insiste nella sua versione. Cita i miei forti mal di testa che mi paralizzano a letto. E Ibrahima concorda con lui. La soluzione c’è. Prima cacciare lui di casa. Poi fare una cerimonia e sacrificare un montone. Insiste per accelerare i tempi a giovedì, che è anche il giorno adatto a questo tipo di cerimonie. Siamo a martedì.
La paura mi blocca il respiro, Ho le gambe pesanti. Mi manca il fiato e in più devo insistere con Ibrahima perché voglio andare da nonna a chiedere conferma.
Per fortuna è sola, seduta nella sua stanza intenta a pregare.
Ascolta la storia in silenzio e poi inizia la consultazione delle corinne.
LEI: - Non è esattamente così, lui vuole solo schiacciarti, così, come si fa con un insetto -.
Per farmi comprendere meglio, prende una ciabatta da sotto al letto e la batte più volte sul pavimento. Penso che sarebbe difficile anche per l’insetto più corazzato sopravvivere a quei colpi.
LEI: - Se vuoi la cerimonia, la posso fare io con 15.000cfa -.
Continua la consultazione, LEI: - Devi portare un montone che abbia una macchia nera qui –.
Nonna si tasta un fianco.
Devo insistere con Ibrahima perché secondo lui ho già preso accordi con il veggente senza gambe. Per me non ho preso nessun accordo, ma se ci tiene, può andare ad avvisarlo che ho deciso diversamente. Giornata che pretende una ubriacatura.
Inizio con una birra insieme ad Ibrahima in un chiosco appena aperto proprio di fronte a Sofy. Ci sono soltanto ragazzi e li conosco tutti. Mi sento in imbarazzo e andiamo via. Prendiamo una strada che passa dietro la boutique di Sofy e che mi rendo conto di non avere mai percorso. Case basse, ordinate e piene di fiori. La strada asfaltata è semi buia. C'è uno strano silenzio. Una persona che improvvisamente compare da dietro un angolo e viene verso di noi, mi spaventa. Sono già ubriaca, ma non ancora come vorrei. Sono disperata e ho un dannato bisogno di perdermi. Sono in compagnia di Ibrahima soltanto perché lui conosce tutti i posti del quartiere dove si può bere e sono tanto, tanto, arrabbiata. Arriviamo davanti ad una casa privata dove vendono birre. Non ho voglia di vedere nessuno, Ibrahima entra da solo e compra quattro birre grandi. Lo convinco ad andare sulla panchina del chiosco di fronte al mare. Il chiosco è sicuramente chiuso. Lui vorrebbe andare a casa. C’è un temporale in arrivo. Io voglio essere sorpresa dalla pioggia e stasera ho bisogno di essere accontentata. Ci sediamo. A parte le luci delle rare macchine che sfrecciano lungo la cornice, per la maggior parte del tempo rimaniamo al buio. Con l’ultimo sorso della mia seconda birra, alle prime gocce, segue un getto d’acqua compatto e continuo. Ibrahima si ripara sotto la grondaia del chiosco.
Il temporale africano. Una doccia di acqua tiepida. Riesco a tenermi in piedi soltanto sorreggendomi alla panchina. Sono nell’onda. Non c’è parte del mio corpo che non offra alla pioggia. Lo scroscio che si ritrae mi lascia sola con la mia testa che rimbomba.
A casa, mando via Ibrahima, mi libero in fretta dei panni bagnati e rimango nuda. Guardo la mia tunica mussulmana appesa alla porta. La indosso. Prendo gli appunti e la penna. Mi siedo a terra. Vicino alle due birre vuote e un’altra semi piena divisa con Ibrahima. L’afferro. Supero i miei fogli scritti sparsi davanti a me. Poso la bottiglia che si rovescia. Mi sdraio con la testa di lato sul pavimento e guardo passiva l’inchiostro che si espande. Lavoro cancellato. La mia vita cancellata. Niente ha più senso.
Torna Sugaar. I suoi piedi sono fermi vicino ai miei fogli disfatti. La sua mano aperta in direzione del mio viso mi offre il suo aiuto.
LUI -: Cosa succede !?-
È vestito da africano. Indossa il bellissimo abito che gli ha regalato la madre. Indossiamo tutti e due abiti speciali. Mi sostiene. Mi aiuta a sdraiarmi a letto e poi va in cucina.
L’acqua che scorre. La sua voce - non c’è mai niente da mangiare qui - .
Chiudo gli occhi. Il cestino sul tavolo. Dentro ci sono solo patate. La fiamma del gas. Prepara le patate lesse. Mi sembra un tempo breve e invece sta già mangiando. Apro gli occhi. È in ginocchio vicino a me.
Le sue mani salgono sulle mie gambe e mi sollevano la tunica fino ai fianchi. Li accarezza. Riprendono a salire e mi spogliano. Mi lascio andare alle sue mani. Si sdraia vicino a me. Il suo corpo nudo. La sua bella testa. Mi avvicino. Sento che questa è l’ultima volta che lo vedo. È tutto così doloroso eppure non voglio dimenticarlo. Lo accarezzo. Mi viene in mente che potrei ricordarlo nelle mie mani. Seppure la mia memoria visiva dovesse abbandonarlo, il mio tatto lo ricorderebbe. La mano mi riporta al suo torace. In alcuni punti mi soffermo, lo palpo. È magro eppure cosi morbido. Plastico. Sì plastico. Lui si lascia accarezzare. La mia mano tasta poi scivola veloce e sale. Sugaar improvvisamente la scansa.
Un tuono in lontananza. Si alza. Sono immobile nel letto e la pioggia comincia a scendere sul tetto di eternit. Devo andare in bagno. Mi alzo, barcollo, attraverso la stanza vuota. Sugaar è seduto lì. Al buio. Sulla sedia di plastica. I tuoni aumentano di intensità. Sostenendomi con la mano sul muro entro in bagno. Lascio la porta aperta. Il fascio di luce che esce dal bagno illumina le sue mani conserte.
Mi siedo sul water e con la pipì si sciolgono le lacrime. Il suono della pioggia aumenta e anche le mie lacrime. Il rumore dello scroscio sul tetto di eternit mi isola con il mio dolore. Più il mio pianto aumenta più aumenta la pioggia. Più aumenta la pioggia più il mio dolore si acuisce. I tuoni si avvicinano violenti e ripetuti. Ogni tuono è una percossa. Del mio corpo percepisco solo un dolore insostenibile. Per salvarmi la vita devo sacrificare un montone proprio io. La pioggia sembra rompere il tetto di eternit del bagno. Mi vedo piccola vicino al corpo di Pasqualino sofferente, con la pancia aperta dai morsi dei cani. Dea, che dolore. Sono piegata in due sul Water. Proprio a me. Il rumore assordante dei tuoni proprio sopra di me. La memoria mi squarcia. Pasqualino finito, appeso a testa in giù. Scuoiato.
Ti prego Dea dimmi cosa devo fare. Ti prego aiutami. Non voglio sacrificare un montone. Non io. I tuoni sono assordanti. La pioggia è violenta come il mio pianto. Gocce di acqua penetrano dal buco del soffitto. La luce improvvisa di un fulmine illumina Sugaar. È sempre seduto, immobile, con le mani conserte e la testa china.
I tuoni si allontanano e anche il mio pianto si calma. La pioggia ora cade leggera e costante e poi si quieta come le mie lacrime.
Sugaar entra in bagno, mi prende sotto le braccia e mi solleva.
Sostenendomi mi accompagna al lavandino. Apre il rubinetto.
LUI: - Bisogna che ti lavi -.
Mi sostiene per le spalle. Incanalo l’acqua nel palmo della mano e la indirizzo al centro della fronte, in mezzo agli occhi. È il punto che ho bisogno di raffreddare. Sugaar è piegato vicino a me. Mi guarda nervoso. Mi allontana dall’acqua e chiude il rubinetto. Mi giro e lo guardo. Quello che vedo è l’immagine riflessa dei miei occhi disperati persi nel vuoto.
A letto ho freddo. Mi rimetto la tunica.
IO:- Lo sai che da domani non devi più venire qui? –
LUI: - Lo so –.
Aspetto la luce del mattino semi sdraiata sul letto. Sugaar, di spalle, non si è mai mosso. Per me ha finto di dormire e lo scuoto.
IO:- Te ne devi andare –.
Prende tempo. Insisto. Seguo con lo sguardo freddo tutti suoi movimenti. È vestito ma continua a perdere tempo.
IO: - Non ti voglio più qui. Te…Ne… Devi... Andare -.
LUI: - Le valige le faccio venire a prendere più tardi dal mio autista -.
IO:- Presto, altrimenti le butto -.
Prendo le valigie di Sugaar e le metto vicino al portone. Sono sola e non resisto. Apro la più piccola. All’interno ci sono le locandine del film “Il ritorno”. Ne prendo una per ricordo.
Con l’imbrunire mi prende l’angoscia di dover affrontare Sugaar. Ha le chiavi di casa. Ibrahima, che rimane con me, chiude il cancello dall’interno con il gancio e rafforza la chiusura con del fil di ferro. È impossibile che riesca ad entrare.
IBRAHIMA:- Ho anche recitato un versetto di protezione del corano -.
Incapace di dormire aspetto l’alba con ansia. Un bacio fischiato penetra dalla finestra. Il suono interminabile mi lascia senza respiro.
Ibrahima dorme profondamente. Ho il cuore in gola.
SUGAAR:- Amore sono qui –.
Troppo ubriaca. Troppo volgare la sua voce per non essere recitata. Mi avvicino lentamente alla finestra mentre lui continua con i suoi pacchiani rumori. Penso ai vicini e sono imbarazzata. Finalmente si allontana. Il rumore della catena. Il suono del cancello che rimpalla. I suoi passi che tornano. Ibrahima continua a dormire. La voce di Sugaar ora non è più ubriaca, ma solo fredda e misurata.
LUI: -Questo noo!…Così noo!-.
Oltre. Soltanto Il battito accelerato del mio cuore.